In una delle nostre chiacchierate su Skype, ho avuto modo di parlare con Diego -nostro corrispondente dal Giappone- del suo ultimo libro. Diego ha già pubblicato diversi volumi di traduzioni in Italia, tra cui “Una solitudine di due miliardi di anni luce” di Tanikawa Shuntaro e “Il viaggio degli haiku” di Hirakawa Ho. La sua ultima opera, tuttavia, è qualcosa di molto diverso…

Dal momento che la chiacchierata si faceva ricca di spunti, abbiamo deciso di farne un’intervista il cui contenuto, sono certo, potrà interessare le tante volpine che ci seguono.

Buona lettura a tutti!

Guido

Guido: “E quindi, il tuo ultimo libro pubblicato a fine aprile in Giappone non riguarda la traduzione?”

Diego: “Esatto. L’ambito è sempre la poesia, giapponese in un certo senso. Ma questa volta, anziché tradurre autori già esistenti e proporli al pubblico italiano, ho scritto poesie in giapponese proponendole a un pubblico giapponese. Per una volta non sono il traduttore, insomma, ma l’autore”

Guido: “Però! Una novità, nel panorama della letteratura giapponese…”

Diego: “Non proprio. Già in passato diversi autori non giapponesi si sono cimentati con la scrittura di opere in giapponese, sia prosa che poesia. Basti pensare a Koizumi Yakumo, un nome su tutti. Certo, io non sono alla sua altezza (ride)”

Guido: “Come si intitola il tuo libro? Quante poesie raccoglie?”

Diego: “Il titolo giapponese è Motokano no kisu no bakemono. In italiano, potrebbe essere reso come Lo spettro dei baci della ex. Tuttavia, la parola bakemono in giapponese è un serbatoio di significati… Fantasma, spettro, spirito, anche mostro… Di base, indica un qualcosa che ha preso le sembianze di qualcos’altro, in particolare quelle di una persona. Insomma, è un titolo la cui resa in italiano, per forza di cose, non riesce. Il libro raccoglie 38 poesie, più una bonus track, dal titolo Poesia fantasma

Guido: “Tutte in giapponese…?”

Diego: “Tutte”

Guido: “Quanto ti ci è voluto a scriverle? E quanto a pubblicarle? È più facile pubblicare in Giappone o in Italia?”

Diego: “Le ho scritte in un periodo di tempo di tre mesi, da fine novembre 2015 a fine febbraio 2016. Ho firmato il contratto con la casa editrice lo scorso anno, i primi di settembre: questo lascia intendere quanto sia difficile pubblicare anche qui in Giappone. Certo, forse è più facile che in Italia… Ma molto dipende dalla fortuna, in primis, e da quanto un volume risulta interessante agli occhi di chi potrebbe pubblicarlo. Diciamo che ho avuto fortuna (ride)”

Guido: “Scrivere in una lingua diversa dalla propria: come è stato?”

Diego: “Paradossale. Sei tu, ma non sei tu, in quanto passi obbligatoriamente attraverso tanti filtri (lessicali, sintattici, grammaticali, strutturali etc.) e una volta fuori puoi non riconoscerti più. A me piace molto scrivere, sia in italiano che in giapponese. Ma in italiano non scriverei mai quanto ho scritto in questa raccolta e nella maniera in cui l’ho scritto… Non ci riuscirei, non ne sarei capace”

Guido: “Com’è il Diego autore, scrittore, poeta, artista?”

Diego: “Come già sai mi piace anche disegnare e dipingere. Sostanzialmente sono sempre io, sebbene il mezzo (disegno, scrittura) e lo stile o il tratto possano variare. Mi piace cambiare, mi dà modo di conoscermi meglio, e talvolta reinvertarmi da capo”

Guido: “Torniamo al tuo libro di poesie: com’è? Di che parla? Ha un genere in cui essere inserito?”

Diego: “Bella domanda… Dovessi chiedere a un genitore, il proprio figlio è sempre bello, anche quando Madre Natura non si è data molto da fare (ride). Va bene, proverò a rispondere seriamente… È un libro diverso. Diverso dalle raccolte di poesie che si possono trovare nelle librerie giapponesi (e questo è uno dei motivi per cui la casa editrice ha deciso di pubblicarlo, con una tiratura iniziale per niente bassa). Il tono è notturno, riflessivo, ma non manca l’ironia, facendone una lettura quasi agevole ma allo stesso tempo profonda, ricca di spunti. Parla della vita che ho condotto in quei tre mesi, dello spettro della ex-ragazza sempre fisso al capezzale delle memorie, delle lunghe giornate trascorse in ospedale, della notte del cuore (come la definisco nella poesia che apre la raccolta, Sakè da solo) che tarda ad albeggiare. E pur tuttavia, alla fine della raccolta torna a fare alba. Riguardo al genere, sebbene non si ispiri dichiaratamente a nessun filone, direi che è una raccolta sostanzialmente dadaista, ma anche intrisa di realismo sporco. È molto facile essere dadaisti nella lingua giapponese, essendo ricchissima di spunti e guizzi lessicali; al contrario, non mi spiego come mai siano così pochi gli scrittori che facciano un uso dadaista di questa lingua”

Guido: “Ci sono degli avventimenti o delle persone in particolare, così come degli artisti, che ti hanno ispirato? E quali sono i principali?”

Diego: “Mi ha ispirato la vita quotidiana, appunto, con i suoi alti e bassi. Più bassi che alti, forse (ride). Diciamo che tendo a prendere spunto da ogni avvenimento, da ogni persona che riesce a fornirmi il giusto sviluppo per una data idea già presente nella testa. Parlando di realismo sporco, non si può non ricordare Charles Bukowski, il quale fa anche una comparsa onirica e surreale in questa mia raccolta. Dal punto di vista stilistico, invece, quelle di Motokano no kisu no bakemono sono poesie con una forte componente musicale, i versi scorrono quasi fossero piccoli rivoli verbali; anche il lessico è molto vario, e sebbene non manchino parole quotidiane, i vocaboli aulici hanno ugualmente ampio utilizzo, seppure in posizione di difesa, ovvero usati laddove la possibile incomprensione della parola non guasti la comprensione totale della poesia. Pare che questa fatica sia stata ripagata”

Guido: “Ecco, a tal proposito, come sta andando il volume in Giappone? Come vanno le vendite, il riscontro?”

Diego: “Al lancio, l’ampio stock di Amazon è andato esaurito in un solo giorno: direi che è stato un buon inizio (ride). 1.300 copie sono inoltre state distribuite nelle librerie di tutto il Giappone, e pare inizino a esserci nuovi ordini presso la casa editrice. In realtà non sto seguendo molto l’aspetto vendite, in quanto tengo soprattutto ai riscontri di chi lo sta leggendo, e in tal senso sto avendo molte e grandi soddisfazioni. Il riscontro è ottimo, sia quello degli addetti ai lavori che quello dei lettori. Tra i primi c’è anche chi ha detto: leggendo il tuo libro, soffermandomi sull’uso che fai del giapponese, ho riaperto gli occhi sulle possibilità illimitate di cui è dotata la nostra lingua. Grazie per aver scritto questo libro in giapponese. È stato emozionante”

Guido: “Immagino. Ma c’è differenza tra pubblico italiano e giapponese nell’accogliere le opere e l’arte in generale?”

Diego: “Credo di sì. Il giapponese è curioso, ama vedere e conoscere cose nuove, senza essere per forza interessato o attratto fin da subito da qualcosa. In Italia, invece, si preferisce andare sul sicuro. Ciò non vale per tutti gli italiani, ovviamente, come non vale per tutti i giapponesi. Sperimentare: è questo il vero motore della scoperta”

Guido: “Questa è più una mia curiosità personale… Immagina ora di essere di fronte a Diego poeta-scrittore-artista: che domanda ti faresti? E che risposta ti daresti? Anche riguardo al tuo passato, alla tua carriera… Cosa ti chiederesti?”

Diego: “…ti sembra una domanda da fare alle due di notte? (ride)”

Guido: “Ahaha, hai ragione! Scusa (ride)”

Diego: “Però è una bella domanda. Sarò sincero, un po’ mi spaventa… Vediamo… Mi chiederei: ne è valsa la pena essere chi sei stato, e vale la pena essere chi sei? E in entrambi i casi risponderei di

Guido: “Quindi senza alcun rimorso, senza alcun rimpianto”

Diego: “No, no, al contrario: con tutti i rimorsi, e con tutti i rimpianti”

Guido: “Questa raccolta la tradurrai e pubblicherai anche in Italia?”

Diego: “No. Se la traducessi, non apparterebbe più al Diego-autore, ma al Diego-traduttore. Non lo vedo possibile, i due sono entità molto diverse: coesistono, sì, ma sono antitesi”

Guido: “Peccato. E hai altre pubblicazioni in programma per quest’anno?”

Diego: “In realtà sì: ho un altro volume di poesie di Tanikawa, che è lì, già bello tradotto e curato: manca solo la casa editrice, appunto (ride). Poi ho altri due volumi di traduzioni, uno di haiku moderni e l’altro di haiku contemporanei… L’autore di uno dei due volumi è un mostro sacro della letteratura giapponese, di cui non posso ancora rivelare il nome; l’altro invece è un giovane e promettente haijin. Spero di riuscire a pubblicare tutto entro quest’anno, ma è duro trovare case editrici non dico per forza interessate, ma quantomeno disposte a rispondere alle mail…”

Guido: “E io lo auguro a te. Si è fatto tardi: ora che fai, vai a letto?”

Diego: “No, prima finisco di rivedere una poesia a cui sto lavorando”

Guido: “Ah! In giapponese? (ride)”

Diego: “È in italiano (ride)”

Dal prossimo mese, il nostro inviato speciale tornerà a scrivere regolarmente su queste pagine virtuali.

Nel frattempo, per chi volesse leggere i volumi di Diego, qui alcuni link utili:

https://www.amazon.it/Una-solitudine-miliardi-anni-luce/dp/8878706493

https://www.amazon.co.jp/元カノのキスの化け物マルティーナ・ディエゴ/dp/4862920314