La scorsa settimana, il Giappone e Tōkyō sono stati attraversati da una kanpa (“ondata di freddo”) di tale portata che non se ne erano mai registrate durante i trenta anni di questa era Heisei. L’ultima ondata di freddo anomala, infatti, risale a quarantotto anni fa, quando cioè sedeva al trono l’imperatore Hirohito.
A Tōkyō si sono avuti picchi di -6 gradi e, nemmeno a dirlo, il cielo e le strade si sono in poco tempo dipinte del bianco della neve. Sono bastate poche ore a mandare in tilt il sistema ben organizzato dei trasporti, creando disagi non solo alle linee di terra (treni, tram, bus), ma anche a quelle metro, con banchine e ingressi delle stazioni congestionati dall’elevato numero di impiegati in ritirata. Nonostante il regime lavorativo giapponese sia ferreo, in casi come questi i superiori sono sempre abbastanza accondiscendenti a far rincasare in anticipo, invitando i sottoposti a fare attenzione per strada.

Cosa che ho fatto anche io, ombrello alla mano e scarpe dalla suola consunta ai piedi, facendo attenzione a non spalmarmi sul marciapiede, sebbene in un paio di occasioni vi sia andato vicino. E così, infreddolito e sudato, pazientando nella calca, ho impiegato il triplo del tempo a rientrare a casa.

L’indomani, quando i vicini di buon ora erano già in strada a spalare neve, sono uscito per fare un giro dell’isolato imbiancato e, una volta rientrato, ho notato che il piccolo alberello di pino vicino all’ingresso era stato inghiottito dalla neve. Una volta liberato dal morbido quanto ingombrante peso, il piccolino si è mostrato nella propria fragile figura, con due dei tre rametti spezzati. Un vero peccato per me che avevo così in simpatia l’asimmetria goffa delle sue linee.

In Giappone, questo tipo di inconvenienti non è raro, soprattutto nelle regioni a nord del Kantō, nel così detto “paese delle nevi” soggetto a inverni molto rigidi. In giapponese, poi, esiste una parola per descrivere i rami che cedono al peso della neve: yukiore 雪折れ, composta da yuki, “neve”, e ore, “rottura” (a margine, per gli amanti degli haiku ricordo che questa parola è anche una kigo invernale).

Ebbene, un popolo così attento alla natura come quello giapponese potrebbe mai tollerare che le forti nevicate spezzino i sinuosi rami dei pini che immancabilmente fanno capolino nei più bei parchi del paese? La risposta è, senza dubbio, no. Ed ecco dunque che, nel periodo invernale, sugli alberi di pino fanno la comparsa gli yuki-zuri 雪吊り, ovvero una sorta di “ombrello” di corde che riveste in forma conica il corpo e i rami dell’albero (vedi foto). Questo tipo di protezione fa in modo che la neve non si accumuli direttamente, evitando così che la pianta ne soffra. Essendo delle installazioni tipiche della regione del Tōhoku, in altre aree più calde dell’arcipelago solitamente svolgono una mera funzione ornamentale, a meno che, come è successo la scorsa settimana, non si verifichino improvvise forti nevicate: in tal caso, la spesa decorativa è più che giustificata dalla funzione pratica.

Un altro tipo di “abbellimento” tipico del periodo invernale è il komomaki 菰巻き, una sorta di “panciera” in paglia che viene annodata in tre punti a un’altezza media del tronco (vedi foto). In inverno, gli insetti nocivi che vivono sull’albero cercano un posto caldo in cui rifugiarsi, e il komomaki rappresenta per essi un ambiente ottimale. Una volta all’interno, vi trascorrono l’inverno in tutta spensieratezza. Intorno al 6 marzo, poi, la panciera viene rimossa e bruciata, assieme a tutti i poveri insetti intrappolati in essa.

Grazie a questi due pratici escamotage, dunque, i bellissimi pini giapponesi riescono a passare l’inverno quasi del tutto illesi, soprattutto nelle regioni più fredde. Al simpatico pino sotto casa non è andata ugualmente bene, è vero, ma essendo ancora piccolo ha tutto il tempo di rifarsi e crescere robusto. Quanto a me, invece, credo che già domani mi recherò al primo negozio di abbigliamento per comprare una haramaki 腹巻, una panciera, appunto: sul telefono è appena arrivata la notifica che, per i prossimi giorni, è prevista nuovamente un’ondata di freddo anomalo, con tanto di nevicata.

Diego Martina