Dicendo “Giappone”, è impossibile non pensare a fumetti, anime, videogiochi. Ed è tantomeno impossibile non pensare alla marea di giocattoli, modellini e action figure che quasi quotidianamente vengono rilasciati dalle numerose aziende produttrici. Akihabara, con strade e stradine pullulanti di negozi dedicati, è sicuramente la mecca di tale cultura “otaku”, sebbene negli ultimi anni anche altri quartieri della capitale Tōkyō hanno scalato il grado di preferenza nei cuori dei collezionisti di miniature e action figure (ne è un esempio Nakano, a pochi minuti di treno da Shinjuku, che grazie al megastore “for otaku only” Mandarake è diventata una nuova meta di pellegrinaggio per gli amanti del genere).

I canali di vendita di questi giocattoli, nemmeno a dirlo, sono molteplici: se da una parte vi sono i negozi dedicati, dall’altra li si possono trovare all’interno di department store, di negozi di elettronica e informatica quali BIC CAMERA e Yamada Denki, ma anche nei minimarket, nelle stazioni, e ovunque possa esservi un certo viavai di persone.

Quanto alla modalità di vendita, invece, la scala si estende da “classica” (il giocattolo inscatolato e messo in bella vista sullo scaffale) a “gacha gacha”: questa che alle nostre orecchie potrebbe suonare un po’ come un’imprecazione, è invece una piccola-grande rivoluzione nel mondo della vendita dei giocattoli.

Con il termine gacha gacha si indicano quelle che in inglese vengono chiamate bulk vending, ovvero quel tipo di macchinette in cui, inserendo una o più monete, e girando una manopola, fuoriesce una pallina di plastica con all’interno un giocattolino o delle caramelle. L’invenzione è per l’appunto americana, ed è stata importata in Giappone nel 1965, conoscendo una distribuzione territoriale più capillare soltanto a partire dagli anni ’70. All’epoca, era facile trovare queste macchinette all’interno di supermercati, ma anche di negozi di dolci per bambini.

Il vero primo boom nel settore arrivò a partire dal 1975, quando vennero realizzate delle gomme da cancellare a forma di automobile, che presto diedero il via alla serie di personaggi in gomma ispirati ai più noti fumetti dell’epoca serializzati sulla rivista settimanale Shōnen Jump, quali ad esempio Kinnikuman. Mentre il costo dei primi giocattolini e caramelline si aggirava intorno ai 10-20 yen, con queste nuove serie, e poi a partire dagli anni ’80, il prezzo lievitava e si stabilizzava a 100 yen.

Il secondo boom, invece, è più recente: nel 2006 viene rilasciata per le macchinette gacha gacha la serie koppu no fuchiko (fotografia n.1): la miniatura di una graziosa impiegata di ufficio giapponese che, disponibile in diverse pose tra le più divertenti, può essere incastrata e lasciata penzolare a mo’ di mascotte sull’orlo del proprio bicchiere. Quella che può sembrare un’idea poco fantasiosa, tra nuove uscite e vecchie riproposte ha in realtà già venduto più di sette milioni di pezzi, all’interno di un mercato in cui una serie viene considerata da hit se arriva a fatica ai 200.000 pezzi. Koppu no fuchiko ha dunque contribuito a un rinvigorimento del settore, per un mercato che nel 2014 ha raggiunto per la prima volta la soglia record di 31,9 miliardi di yen in valore.

Superfluo aggiungere che, in seguito a un simile successo, le macchinette gacha gacha si sono moltiplicate in ogni angolo del paese: ormai le si trova ovunque, non solo nei negozi (di tutti i tipi e generi), ma anche nelle stazioni (fotografia n.2), per strada, addirittura sui treni o sui bus di linea (casi più unici che rari, rappresentati dalla linea ferroviaria Wakayama Dentetsu e dalla navetta turistica della linea Nishi-nihon Tetsudō). Per la prima volta sono sorti anche dei “negozi” – solitamente molto piccoli – in cui le pareti sono letteralmente tappezzate da macchinete gacha gacha poste una sopra l’altra.

Quanto alle serie di gadget, invece, vi si trova davvero di tutto: modellini in miniatura di personaggi di fumetti e anime; di auto, piante, frutta, verdure, pesci, animali feroci o domestici, utensili; miniature di importanti ritrovamenti archeologici quali gli haniwa o i dogū. Non mancano poi le serie strampalate e nonsense (elemento di cui buona parte dei giapponesi va ghiotta), quali ad esempio: la serie di mutande da far “vestire” alle bottigliette d’acqua (giuro!), quella di gatti in atteggiamenti eroici che, grazie a una ventosa sul ventre, se attaccati allo smartphone lo tengono in piedi (fotografia n.3), i modellini di forniture scolastiche di banchi e sedie (??) (fotografia n.4), la serie della giovane ragazza approntata a mo’ di sushi (!!) (fotografia n.5), quella degli animali della savana con la super-mascella (fotografia n.6), eccetera. La mia serie preferita è quella della “Statua delle troppe libertà”, che rappresenta la celebre statua americana in pose un po’ sfrontate (allego una foto del modellino che ho in camera).

Mi ritrovo non di rado a girare la manopola di queste macchinette, sperando di far uscire il modellino che ho adocchiato. Da buon amante del bizzarro, spesso trovo nelle serie dei gacha gacha una forma di sostegno alla mia passione, salvo poi pentirmene dopo qualche mese guardando la mensola della libreria stracolma di giocattolini che non so più dove mettere. Colpa mia, che continuo a girare quella manopola al costo irrisorio di 200-300 yen; e colpa dei giapponesi, che continuano a sfornare veri capolavori dadaisti in miniatura di cui non riesco proprio a fare a meno…

NB: la parola gacha gacha è un’onomatopea, e indica il rumore che fa la manopola quando viene girata. Sebbene il vero nome di queste macchinette sia kapusure toi (dalle parole inglesi “capsule” e “toy”), vengono comunemente chiamate coi vezzeggiativi di gacha gacha, o gachapon, gashapon, gacha, etc.