Chi studia giapponese, o ha qualche amico giapponese nella propria cerchia, probabilmente si sarà imbattuto con una certa frequenza nella parola go-en. Non mi riferisco a “cinque yen” (che si scrive con gli ideogrammi 五円), bensì all’omofono e graficamente più complesso 御縁.

Dizionario giapponese-italiano alla mano, dopo aver scomposto la parola separandola dal prefisso onorifico go, alla voce en si può leggere:

1) rapporto (relazione) tra persone; legame, vincolo, parentela;

2) destino, fatalità.

In un certo modo, dunque, nel modello linguistico (e quindi di pensiero) giapponese i “legami” sono indissolubilmente tenuti insieme dal filo invisibile del “destino”. Non a caso, il radicale che compone l’ideogramma di en è proprio “filo” , e chi ha visto il film di Shinkai Makoto “Your name.” probabilmente ha già idea di cosa sto parlando.

A definire ulteriormente e con maggiore rigore questa relazione indissolubile provvede il buddhismo, per cui la parola giapponese en risulta essere la traduzione del vocabolo sanscrito pratyaya (“causa”), concetto interpretabile come “causa indiretta” (o ausiliare), contrapposta alla “causa diretta” che produce un effetto: esemplificando, potremmo perciò affermare che se il seme è causa diretta della pianta, così l’acqua rappresenta una causa indiretta/ausiliare della stessa. Nel sud-est asiatico, dunque, quello di “destino” è un concetto sostanzialmente neutrale, una meccanica di cause ed effetti priva di qualsivoglia sfumatura aprioristica; invece, nella cultura europea, e nel caso specifico di quella italiana, esso ha subìto l’influenza del bagaglio ellenico prima e cristiano dopo, divenendo sinonimo di “costrizione” e “ineluttabilità” (non è infatti un caso che il nome della dea greca del fato Ananke significhi anche “costrizione”, “forza”): una sfumatura negativa, questa, assente nel pensiero orientale e giapponese.


Go-en. Se, da un lato, quanto scritto qui sopra può sembrare in parte di difficile comprensione, dall’altro sono consapevole di quanto una scarna definizione, seppure accurata, possa non bastare a tramandare la forza di questa parola, di questo concetto. Volendo dunque esemplificare, cos’è il go-en? Personalmente, lo definisco un filo invisibile che lega gli individui, riunisce le esistenze, mette in risonanza i microcosmi fino a scomporli e ricomporli in un solo universo. Una delle infinite miriadi di possibili varianti universali, nonché la sola che si sia effettivamente realizzata. A tal proposito, un antico proverbio giapponese recita: “ciò che fa sfiorare le maniche di due sconosciuti in questa vita è quello stesso legame che già li ha uniti in altre vite precedenti”. È proprio questo, riassunto in una frase, il go-en; e per quanto possa sembrare incredibile, in Giappone lo stesso è alla base di gran parte dei rapporti tra gli individui, da quelli affettivi (come potrebbero apparire nell’ottica romantica di un amore sbocciato per caso) a quelli lavorativi: nello studio legale del mio commercialista, per esempio, appese alla parete in una bella cornice di legno si leggono le parole “tu e io, che abbiamo avuto un considerevole go-en”. In effetti, solo un “considerevole go-en” potrebbe giustificare il giro assurdo che ha fatto la mia vita per incrociare proprio quella di Ueno-san, e non quella di migliaia di altri commercialisti sulla piazza di Tokyo.

Fin dal primo istante in cui ho messo piede in Giappone più di dieci anni fa, la sensazione innaturale che il filo della propria esistenza possa scorrere esclusivamente lungo trame in precedenza già definite ha solleticato il mio istinto irrazionale non poche volte. Quanti incontri casuali, quante parole colte per caso qua e là che, in un’ottica a posteriori, si sono invece rivelate tutt’altro che casuali. Sebbene il mio io razionale riuscisse a dimostrare con la retorica che la sensazione avvertita si potesse ricondurre al frutto di una mera impressione, puntualmente la dialettica del fato mi metteva ripetutamente davanti a situazioni difficilmente immaginabili se non nell’ottica del go-en, tanto da farmi puntualmente ricredere su ciò di cui ero stato persuaso: quasi l’incredulità che potrebbe cogliere qualcuno accortosi di stare sognando, pur essendo consapevole di essere sveglio.

Negli anni, il tempo e le istanze della vita non hanno fatto che darmi prove su prove di quanto il go-en sia a tutti gli effetti una realtà. L’ultima di queste l’ho avuta una decina di giorni addietro, ed è la stessa che mi ha spinto a scrivere nuovamente in questa rubrica dopo un’assenza – per alcuni versi involontaria – durata diversi mesi. Che ci crediate o meno, anche ciò rientra nell’ottica del go-en.

Dell’ennesima prova avuta, invece, tornerò a parlarvi tra non molto, nel prossimo articolo…