Per me che vivo in Giappone, una delle domande più frequenti da parte di amici e parenti sotto le feste è “ma lì lo festeggiano, il Natale?”.
Come per molte altre domande che riguardano questo incredibile paese, la risposta è “sì e no”.
Non essendo il Giappone uno stato a matrice cristiana, il Natale, seppur presente, si limita alla mera formula estetico-economica. Se da una parte le strade e gli alberi delle città (quantomeno delle più grandi) si riempiono di luci e festoni, facendo rimbalzare agli occhi e ai cuori un certo clima festivo, dall’altra è pur vero che tale clima è soltanto apparente, in quanto non vi è alcun nesso reale con la liturgia.
Come per altre festività religiose e non, anche il Natale è stato “importato” nel paese degli dèi solo in tempi recenti. Non gode ancora del seguito che ha Halloween (il motivo è presto detto), ma se la cava sicuramente meglio della Pasqua, che non è ancora stata del tutto inquadrata dai consumatori (iniziano a intravedersi colombe e uova di cioccolato a tema, ma la domanda resta bassa e immutata).
E a Natale? Hanno la meglio i dolci (non per forza di tradizione italiana), le cui confezioni, per l’occasione, appaiono rigorosamente imbellettate di fiocchi e nastrini rossi. C’è poi il panettone, apprezzato sempre più dai giapponesi, e il pandoro, la cui fortuna è stroncata da pesanti accise sul burro. C’è l’immancabile pollo arrosto natalizio: cosciotti “abbelliti” da calzettine di carta bianche, venduti in quantità da estinzione. Per chi non avesse voglia di cucinare la sera della vigilia, l’alternativa è naturalmente il “gaishoku”, “mangiare fuori”: la scelta, la vigilia di Natale, ricade quasi esclusivamente su ristoranti di cucina italiana o francese. Più raro farsi dei “veri” regali alla maniera nostrana; solitamente ci si scambia i dolci di cui sopra.
E gli auguri? Si fanno, certo: il 24 dicembre (molto meno il 25) ci si sente augurare “yoi kurisumasu wo”, letteramente “Buon Natale”; “kurisumasu” è la pronuncia giapponese di “Christmas”, ed è una parola che, in quanto presa di pari passo dall’inglese, ai giapponesi dice poco e nulla. Ricordo un amico scherzarci sopra: “perché a fine d’anno continuiamo ad augurarci delle buone castagne?”. Il riferimento è alla parola “kuri”, che vuol dire appunto “castagna”. “Buone castagne”, quindi.
Il Natale in Giappone, insomma, è un capitolo a parte rispetto all’Italia, e non potrebbe essere diversamente. Eppure, camminando per le vie illuminate del centro, è impossibile riuscire a sottrarsi a quel clima natalizio che scalda gli animi nel cuore gelido dell’inverno. Sarà pure una festività “di facciata”, svuotata del proprio significato originario, ma i giapponesi sanno bene che non sempre è necessario conoscere l’origine di qualcosa per imparare ad apprezzarlo.