Andrea, il nostro giovane amico appena tornato dal Giappone, ci racconta qui di seguito la sua prima esperienza nel Paese del Sol Levante:

“La prima cosa che ho capito appena uscito dall’aeroporto è stato quanto il mondo sia differente e magnifico. Mi sono trovato in un posto diverso dove le case, le strade, le auto, le persone non avevano nulla in comune con quelle di casa mia. Le villette sono tutte basse e fatte con una tecnica di costruzione completamente differente dalla nostra, soprattutto per il fatto che lì tutte le strutture sono antisismiche; i palazzi invece sono un’altra storia, alti, enormi che viene il torcicollo solo a puntare gli occhi verso la cima e quando si è in città si estendono in tutte le direzioni e si presentano in diverse altezze e stili.

Il Giappone è uno stato molto moderno, poche case sono rimaste in piedi dopo la seconda guerra mondiale e le altre sono state abbattute per far posto ai palazzoni. Fa eccezione Kyoto, la mia città preferita in assoluto, per le sue case risalenti ai primi del ‘900 e prima. Questa città non risentì molto della guerra ed è riconosciuta come il simbolo del Giappone Antico, qui moltissime persone girano per le strade in yukata come se fosse la cosa più normale al mondo.

In Giappone, come molti di voi sapranno, si guida a sinistra come in Inghilterra. I giapponesi guidano abbastanza tranquillamente e generalmente non superano mai i 40 Km/h su strada normale. La patente costa circa 2000 € e per una settimana stai in un “campo di formazione” con lezioni teoriche e pratiche che si svolgono durante le mattine e i pomeriggi.
Le auto sono rettangoli su ruote, piccole e squadrate, davvero fastidiose a prima vista. Il vero problema delle vetture sono i motori che hanno difficoltà a salire anche sulle più piccole salite (in montagna sarebbero completamente inutili); nelle macchine giapponesi il cambio è automatico o al massimo “uno stupido cambio manuale”, come lo chiama il prete che mi ospitava, con opzioni “Avanti”, “Retro”, “Parcheggio (“Freno a mano”, che non è presente). In alcune c’è anche “Salita” (per andare in salita).

Infine, le persone erano abbastanza gentili e disponibili, gli uomini di età compresa tra i 30 e i 50 anni circa sono i più chiusi, non conoscono l’inglese e preferiscono scappare che provare a capire (mi è successo veramente una volta quando ho chiesto indicazioni); i ragazzi e gli anziani sono invece molto più disponibili e vincono il premio “coraggio” i bambini che una volta, in venti, mi sono venuti a salutare in inglese mentre mi rilassavo in un parco. Una cosa è certa in Giappone: il tuo lavoro lo devi fare bene, quindi se lavori in banca, infopoint o luoghi dove puoi incontrare persone straniere devi avere un livello di inglese molto alto.

Parlando di vita in Giappone posso dire che la frutta è poco disponibile (banane convenienti, il resto quasi introvabile) e la carne è costosa (tranne il pollo), molti piatti e dolci sono completamente diversi dai nostri in gusti e scadenze.
C’è veramente tanto da scrivere, è difficile riassumere tutto in un unico testo perché molte cose le vedi o le capisci solo vivendole. Spero che molti di voi lettori possano provare prima o poi questa magnifica esperienza che apre gli occhi e il cuore a una nuova cultura.”